La violenza dei nazisti nei lager

  1. Violenza fisica e violenza psicologica

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 L’uso della violenza era una pratica quotidiana, parte integrante della vita nei lager. Le vittime internate nei campi erano continuamente soggette a questa violenza, fine a se stessa e volta quindi unicamente alla creazione di dolore. «Era il frutto della follia collettiva dei nazisti, i quali avevano generato questo disumano piano di distruzione»[1].

La violenza nei campi era attuata per lo più per sadismo: le vittime venivano malmenate, torturate e sottoposte alle più terribili umiliazioni per semplice divertimento delle SS. Questa malignità gratuita e deliberata aveva effetti, certo, sul piano fisico,  ma anche e soprattutto su quello psicologico: secondo Primo Levi, l’intento principale era distruggere la personalità del deportato, umiliarlo e offenderlo fino al punto di favorirne l’assuefazione, cioè l’avvio della sua trasformazione da essere umano in animale[2]. A queste parole si possono affiancare quelle di Sergio Coalova: «La nostra personalità è ormai del tutto compromessa: la sottile perfidia dei nazisti riesce, nel breve volgere di pochi giorni, a trasformare in un branco di esseri abbrutiti coloro che avevano osato opporsi alla loro belluina violenza e alla loro arroganza di dominatori»[3]

La più terribile delle morti era quella per disperazione: per spegnere l’ultimo barlume della speranza di salvezza ancora presente nei prigionieri, “occorreva che il campo fosse continuamente percosso e terrificato dall’imperversare di un uragano di criminale follia”, “affinché lo spirito morisse prima della carne”[4].

Il nazismo aveva ideato una vera e propria scienza della distruzione della personalità, tale da gettare l’individuo nell’angoscia più totale, riversando su ognuno l’agonia di tutti i compagni.

Alcune manifestazioni di questa violenza si potevano riscontrare nella costrizione escrementizia e nella costrizione alla nudità: l’offesa al pudore faceva parte del ritmo quotidiano del lager e per i prigionieri era veramente faticoso ed umiliante abituarsi all’enorme latrina collettiva, ai tempi stretti ed alla presenza degli altri che ne dovevano usufruire e che quindi assistevano; le SS si facevano addirittura beffa dei deportati piazzando uno di essi con un costume buffo davanti ad una latrina, con l’ordine di concedere a coloro che erano afflitti da qualche disturbo un solo minuto per liberarsi.

La costrizione alla nudità prevedeva invece la rasatura totale e settimanale di ogni prigioniero e tutta una serie di spoliazioni per il controllo dei pidocchi o per la perquisizione degli abiti: senza peli, capelli, scarpe e vestiti i prigionieri, pervasi da una sensazione di impotenza e posti sotto gli occhi di tutti, si sentivano come lombrichi che potevano essere schiacciati da un momento all’altro.

Un’altra imposizione, escogitata con il preciso intento di umiliare, consisteva nel far mangiare i prigionieri come cani, senza cucchiai, nonostante questi non mancassero.

Far restare i deportati per due o tre ore sotto la pioggia a dieci-venti gradi sotto zero aveva lo scopo di portare rapidamente alla morte i meno resistenti al lavoro, ma era anche una delle innumerevoli sevizie morali per degradare lo spirito di chi sopravviveva.

Vi erano moltissimi modi con cui le SS, infliggendo umiliazioni ai deportati, si procuravano divertimento e nello stesso tempo causavano sofferenze o la morte dei più deboli: ad esempio il lancio del berretto sul reticolato ad alta tensione con l’ordine di riportarlo, il calcio nel ventre al primo che capitasse a tiro di uno stivale tedesco, le lunghe soste notturne all’aperto sotto la neve e il divieto di pulirsi il naso con un pezzo di carta, la lacerazione delle camicie prima di distribuirle ai prigionieri, la marcia di 50 km per sperimentare una nuova qualità di suole di scarpe o quella a piedi scalzi su frantumi di vetro, l’ordine dato ad un infermo di correre per il campo abbaiando, le giostre degli ebrei obbligati a correre in circolo per un’ora cantando o l’ordine di scavare buche con le mani pur avendo gli attrezzi accanto.

Poi vi erano le cosiddette “vitamine”, nome con cui venivano chiamati i lavori serali: i deportati erano sottoposti a tutta una serie di esercizi fisici, dalle flessioni alla corsa, dal salto della rana alla marcia sulle ginocchia e sui gomiti, oppure dovevano trasportare per ore lunghe assi o pietre pesanti da un posto all’altro, tra due ali di SS, o ancora dovevano fare delle specie di “combattimenti tra gladiatori”.

Un’altra tortura psicologica era quella di veder morire i propri compagni senza poterli aiutare, senza potersi minimamente avvicinare a loro.

Una delle umiliazioni più terribili era poi il tatuaggio del numero di matricola, eseguito dagli scrivani sugli avambracci sinistri dei prigionieri; questo tatuaggio aveva innanzitutto un significato simbolico, era cioè un segno indelebile che condannava i deportati per l’eternità e imponeva loro un nuovo nome, indicandoli come schiavi o animali al macello; un messaggio non verbale affinché l’innocente sentisse scritta sulla carne la sua condanna, ma anche un’offesa religiosa in quanto il tatuaggio era vietato dalla legge mosaica, poiché distingueva gli ebrei dai barbari. Questo era dunque un ulteriore tentativo di accelerare la degradazione degli esseri umani in animali[5]. L’immatricolazione dei deportati per mezzo del tatuaggio avveniva però solo ad Auschwitz, mentre negli altri campi si procedeva solitamente con la consegna di una targhetta di metallo numerata unita ad un fil di ferro per essere fissata al polso.

Il sadismo tedesco non aveva limiti e distruggeva nei prigionieri qualunque speranza di salvezza e qualunque potere di resistenza; per le SS questa violenza era ovvia: l’educazione impartita dalle scuole del regime nazista insegnava a umiliare, a far soffrire il “nemico” senza ragionare, senza secondi fini. Ma che senso avevano le umiliazioni e le crudeltà, visto che alla fine i prigionieri sarebbero stati uccisi tutti? «Prima di morire, la vittima deve essere degradata, affinché l’uccisore senta meno il peso della sua colpa», dice Primo Levi[6], esplicitando il senso della risposta data dal nazista Stangl, detenuto a vita nel carcere di Dusseldorf: è questa l’unica utilità della violenza inutile.

2. La progressiva distruzione della personalità

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 Si sarebbe potuto credere che la sorte comune, le comuni sofferenze, avessero portato  ad un avvicinamento di tutti i prigionieri e dunque ad una forte solidarietà e alla cooperazione. E invece proprio nei lager era l’egoismo di ognuno a manifestarsi con maggiore forza, scaturito dall’individuo sotto l’impulso dello spirito di conservazione, come afferma Rudolf Höss nel libro Comandante ad Auschwitz[7].

Nella vita dei lager ogni prigioniero mutava a tal punto la sua personalità da giungere a pensare soltanto a se stesso: si era disposti a compiere ingiustizie nei confronti dei compagni o ad ignorare le sofferenze altrui per ottenere un privilegio, un vantaggio. Scrive Sergio Coalova:

[…] la spersonalizzazione dell’individuo ha raggiunto lo scopo desiderato: ha cancellato ogni vincolo di fratellanza in questa massa di deportati, esaltando in ognuno un innaturale egoismo, quasi fosse l’unico mezzo per sopravvivere. Tutto ciò con le debite eccezioni, ma l’esperienza di ogni giorno ci agggredisce con tutta la sua crudezza portandoci fatalmente a pensare sempre più a noi stessi[8].

 E aggiunge:

nel lager chi riuscirà a sopravvivere lo dovrà unicamente ai suoi propri mezzi e alla sua fortuna. Nulla c’è da aspettarsi da chi sta meglio, la lotta per la vita ci ha fatti barricare in un comprensibile egoismo e ci ha resi indifferenti alle sofferenze di chi ci sta attorno. Ma la speranza che non ci abbandona agisce sul nostro spirito di conservazione e ci porta, per vie traverse, ad accentuare il nostro individualismo, a chiuderci in noi stessi, nel tentativo di superare meglio le prove che ancora ci attendono[9].

Vi erano prigionieri che arrivavano a tiranneggiare senza misericordia i compagni di sventura, se ciò serviva a rendere un po’ più tollerabile la loro vita[10]. Particolarmente brutale era il comportamento dei kapò, i criminali, anch’essi detenuti, ma con funzioni di comando, i quali volevano mettersi in buona luce presso i guardiani e i sorveglianti; essi ottenevano privilegi e vivevano meglio nel campo, ma a spese degli altri prigionieri, che tormentavano fisicamente e psichicamente e addirittura, per puro sadismo, maltrattavano a tal punto da farli morire.

Tuttavia, soprattutto i prigionieri ancora sensibili, non ancora intaccati dalla durezza della vita nel campo, provavano profonde sofferenze morali di fronte a questi atteggiamenti: i maltrattamenti da parte delle guardie erano sì terribili ma non li ferivano così profondamente; erano il contegno di questi “capi” e le loro angherie contro gli stessi compagni ad avere l’effetto più deprimente sulla psiche dei prigionieri.

Ma perché tutto questo? Perché a lungo andare la prigionia trasformava le persone.  Lo shock iniziale derivante dal fatto di trovarsi privati dei diritti civili e gettati illegalmente in carcere, il trauma di subire per la prima volta torture intenzionali e inimmaginabili, il tormento di vedere morire i propri compagni senza poterli aiutare provocavano un profondo disagio. Ma a poco a poco quasi tutti i prigionieri perdevano i loro benevoli sentimenti e finivano per preoccuparsi solo per la propria sopravvivenza.

Ognuno reagiva comunque in maniera diversa: c’era chi cadeva nella più profonda indifferenza, chi manifestava sintomi schizofrenici o tendenze suicide, chi perdeva la memoria e chi smetteva semplicemente di pensare[11]. Avveniva una vera e propria scissione psichica tra l’Io a cui accadevano le cose e l’Io a cui in realtà non importava nulla di nulla, indifferente e distaccato.

Quasi tutti i prigionieri ebbero una regressione a livello infantile e svilupparono quindi comportamenti tipici dell’infanzia e del periodo adolescenziale: prevaleva lo scoraggiamento, non vi erano progetti per il futuro, le amicizie nascevano e si scioglievano rapidamente, si perdeva la cognizione del tempo e si raccontavano bugie per fare gli  “spacconi”.

Non si era più se stessi e non si credeva più a niente. «Non si può continuare a credere in un mondo che ha cessato di considerare l’uomo come l’uomo: che ti “dimostra” che non sei più un uomo. Si comincia a dubitare: si rinuncia ad avere fede in un ordinamento dell’universo il cui Dio abbia un suo posto preciso. Si comincia a credere che Dio sia in vacanza, altrimenti tutto questo non sarebbe possibile. Deve essere assente e non ha nessuno che lo rappresenti», dice Simon Wiesenthal[12].

Un barlume di speranza in alcuni, però, rimaneva: «In quei tempi eravamo pronti a vedere un simbolo in tutto. […] Dio era in vacanza, e in Sua assenza altri si erano assunti il compito di inviarci segnali e presagi. […] L’eterno ottimismo degli ebrei escludeva ogni argomento della ragione. […] Ci si perdeva in fantasticherie, solo per evadere dall’atroce e tragica realtà. E la ragione sarebbe stata un ostacolo. Ci si rifugiava nel sogno e dal sogno si cercava in ogni modo di non svegliarsi»[13]. Quali erano i sogni? Erano sogni di vendetta, di ribellione contro quei nazisti crudeli che distruggevano l’uomo. «Perché Dio ha abbandonato anche i bambini?»[14].

I prigionieri non credevano possibile il perdono di quegli assassini… Come si poteva perdonare chi aveva ucciso migliaia di persone? Dice l’ebreo Josek in Il Girasole che il tormento che attanaglia un SS in punto di morte, il rimorso per tutte le uccisioni provocate «è solo una piccola parte del suo castigo[15].

Che cosa fare? Perdonare o vendicarsi? Neanche i sopravvissuti oggi riescono a darsi una risposta. Dice Sergio Coalova: «Dopo essere sopravvissuto a tante brutture, a tanto odio, sento un bisogno irrefrenabile di abbracciare tutto il mio prossimo, di esprimere sentimenti di amore e di SPERANZA assieme ad una grande smania di ricominciare a vivere. Sono trascorsi quasi quarant’anni da quelle prime riflessioni, ma ancora oggi, non più giovane e certo disincantato, nel rievocare quelle vicende dolorose, mi sorprendo a pensare ancora in termini di solidarietà, di speranza e di amore: NON DI ODIO»[16].

Ma «chi non ha provato sulla sua pelle, non potrà mai capire»[17].

3. L’orrore della musica nel lager

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 La legislazione antiebraica vietava severamente ai musicisti ebrei di suonare spartiti di autori ariani per evitarne la contaminazione, ma nei lager questa legge non veniva assolutamente rispettata: infatti le SS prevedevano che le schiere di prigionieri marciassero a tempo di musica come un vero esercito, e siccome nei campi non vi erano musicanti ariani, né vi erano abbastanza marce militari scritte da ebrei, i lager erano l’unico posto in cui gli ebrei erano addirittura obbligati a suonare musica ariana. Le SS si godevano lo spettacolo: le vittime dovevano apparire allegre e contente, dovevano cantare e muoversi a tempo di musica, altrimenti sarebbero state punite e avrebbero ricevuto i colpi dei nazisti. L’orchestra, guidata da un istruttore in genere di origine tedesca, la sera suonava per le SS pezzi di Bach, Grieg o Wagner e durante il giorno, oltre a regolare la marcia dei prigionieri, era a volte costretta a suonare il cosiddetto “tango della morte”, con il quale si accompagnavano le esecuzioni dei condannati.

4. I metodi di uccisione e di tortura

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La “morte con acqua” è solo uno degli innumerevoli metodi di eliminazione utilizzati dai nazisti. Ve ne erano infatti molti altri:

Vi erano poi altre innumerevoli violenze che spesso provocavano la morte dei prigionieri:

Il sadismo dei tedeschi non aveva fine.

Dice Simon Wiesenthal: «C’è dunque qualcosa di orribile che io ancora non conosca? Tutte le atrocità e gli orrori che un cervello malato può inventare mi sono ben noti. Li ho provati sulla mia pelle, li ho visti nel lager»[18]

«I libri e le testimonianze possono lasciare il dubbio dell’esagerazione, anche se 10 o 20 mila superstiti di tutta Europa non potranno essere tutti sospettati di esagerare, ma il dubbio rimane, perché vicende così crudeli rimangono incomprensibili a chi non le ha vissute direttamente. Ed è questo il peggior tormento che potrà affliggere l’animo dei pochi superstiti intenti a lottare, dolorosamente e faticosamente, per tornare alla vita vera»[19].

Pinerolo, aprile 2006                                            Sara Signorio Bianciotto

 

Bibliografia e fonti

Primo LEVI, I sommersi e i salvati, Milano, Giulio Einaudi Editore, 1986 (in particolare il capitolo intitolato La violenza inutile);

Simon WIESENTHAL, Il Girasole. I limiti del perdono, Milano, Garzanti, 2002 (1^ ed. it. 1970);

Raul HILBERG, Carnefici, vittime, spettatori. La persecuzione degli ebrei 1933-1945, Milano, Mondadori, 1996;

Bruno BETTELHEIM, Sopravvivere e altri saggi e documenti, Milano, SE, 2005;

Sergio COALOVA, Un partigiano a Mauthausen. La sfida della speranza, Cuneo, L’Arciere, 2005;

Ideologia della morte. Storia e documenti dei campi di sterminio, a cura di Domenico Tarizzo, Milano, Il Saggiatore, 1962;

Il filmato sulla visita a Mauthausen, effettuata nel marzo del 2005 da alcuni studenti del Liceo Porporato guidati da Sergio Coalova.

 

[1] Primo LEVI, I sommersi e i salvati, Torino, Einaudi, 1986, pp. 83-84.

[2] Ivi, p. 89.

[3] Sergio COALOVA, Un partigiano a Mauthausen. La sfida della speranza, Cuneo, L’Arciere, 2005 (1^ ed. 1985), p. 105.

[4] Ideologia della morte. Storia e documenti dei campi di sterminio, a cura di Domenico Tarizzo, Milano, Il Saggiatore, 1962, pp. 212-213.

[5] P. LEVI, I sommersi e i salvati, cit., p. 95. Cfr. anche l'approfondimento Le isole dell'arcipelago Lager.

[6] Ivi, p. 101.

[7] Cit. in Ideologia della morte, cit., pp. 124-129.

[8] S. COALOVA, Un partigiano, cit., p. 134.

[9] Ivi, p. 148.

[10] Rudolf Höss, Comandante ad Auschwitz, Torino, Einaudi, 1960, cit. in Ideologia della morte, cit., p. 126.

[11] Bruno BETTELHEIM, Sopravvivere e altri saggi e documenti, Milano, SE, 2005, pp. 133-34.

[12] Simon WIESENTHAL, Il Girasole. I limiti del perdono, Milano, Garzanti, 2002 ( 1^ ed. it. 1970 ), p. 12.

[13] Ivi, pp. 38-39.

[14] Ivi, p. 51. Cfr. anche l’approfondimento sul punto di vista dei credenti.

[15] Ivi, p. 65.

[16] S. COALOVA, Un partigiano, cit., p. 178.

[17] S. WIESENTHAL, Il Girasole, cit., p. 74.

[18] Simon WIESENTHAL, Il Girasole, cit., p. 32.

[19] S. COALOVA, Un partigiano, cit., p. 161.