I 186 gradoni della cava di pietra

Tabelloni collegati:

 “Come si sta qui?” “Qui si muore?”[1].

Bastano queste parole per descrivere Mauthausen ed è sufficiente la domanda, che suona retorica: “possibile che ci siano dei luoghi dove si sta peggio di qui?”[2]. La morte come quotidianità, una morte innanzi tutto morale, che conduceva allo straniamento dell’uomo e all’annientamento della stessa idea di uomo[3].

Nei campi di sterminio l’istinto di sopravvivenza prevaleva, portando all’egoismo e all’insensibilità davanti alla violenza[4]. L’unica cosa che permetteva di continuare ad avere qualcosa di umano era la speranza di tornare a casa: ai deportati, ridotti a “larve umane”[5], infatti,  paradossalmente, tornavano alla mente le memorie d’infanzia guardando ai camini dei forni crematori.

La crudeltà era dettata dal principio di fondo dei lager: l’eliminazione sistematica. Molti sopravvissuti hanno insistito sull’esistenza di diversi modi di uccidere, addirittura definendone alcuni “fantasiosi”[6], come per esempio il salto nel vuoto, il “bacio del cane” o il lavoro alla cava di pietra[7]. Quest’ultimo mi ha particolarmente colpita: si doveva percorrere una scalinata di centoottantasei gradoni, dieci volte al giorno trasportando massi pesanti. I più sostengono che non era un lavoro, ma uno strumento di tortura, “un sistema complicato di eliminazione”[8]. Proprio il fatto che la cava sia stata definita, nelle memorie dei sopravvissuti che ho potuto consultare, come “luogo speciale”[9] mi ha incuriosita. “Si tratta di una tecnica mostruosa per uccidere masse di deportati in un modo meno «consueto» e più «spettacolare».”[10] Alla cava, infatti, si moriva per sfinimento ed “entro quindici giorni passi per il camino”[11]: ciò significava morire senza lasciare traccia.

Le SS erano il vertice della gerarchia a Mauthausen e manifestavano tutto il loro sadismo nel piacere  provato dagli aguzzini per la violenza gratuita e per lo spettacolo terrificante[12] che forniva la scalinata, costituita da gradini “erti, faticosissimi, che si potevano salire soltanto a ginocchioni, buttandosi la pietra davanti e spingendola col petto”[13]. Il lavoro alla cava era anche destinato alla “compagnia di disciplina” che era un kommando di punizione. Per coloro che non ce la facevano, “sullo spiazzo che dà accesso alla scala le SS piazzano le mitragliatrici che falciano i deportati che la risalgono oppressi dal carico delle pietre”[14]; altri venivano spinti giù da quella, o ancora  uccisi con un colpo di pistola e - talvolta - con una martellata alla testa. Molti venivano oppressi dal peso della pietra che andava dai quindici ai trenta chili: spesso si accendevano forti contese tra i prigionieri per accaparrarsi la pietra meno pesante. Allo spettacolo agghiacciante veniva ad aggiungersi la crudeltà di singole SS, le quali facevano sgambetti ai deportati, così i corpi di questi contribuivano ad accrescere la massa dei cadaveri al fondo della scalinata[15].

Ciò che colpisce della cava è l’unione della “fredda scientificità” con la “violenza gratuita”[16], tratti caratteristici dei lager. Infatti, i prigionieri morivano entro poco tempo e, se possibile, con un’aggiunta di sofferenza.

Non credo ci sia una risposta umanamente completa, corretta e accettabile al perché di tanta efferatezza. Sono convinta che l’egoismo unitamente alla presunzione di superiorità siano parte integrante del nostro essere[17] e che nel caso specifico, portati all’eccesso e all’esasperazione, abbiano condotto alla realizzazione di un piano di sterminio senza eguali nella storia dell’umanità.

Per quanto riguarda le persone che, nonostante le testimonianze e le diverse tipologie di fonti, ancora persistono nel dubbio o peggio sono restie a credere, ritengo siano quelle che hanno paura di guardarsi allo specchio[18] e di rendersi conto che gli istinti più profondi e nascosti dell’essere umano sono i più terribili.

Sono perciò profondamente certa che ricordare sia fondamentale, anche se molto difficile; soprattutto perché “i sopravvissuti, consapevoli della drammatica divisione che li separava sia dalle vittime, sia dal mondo, non trovano parole adeguate a descrivere la profondità della propria sofferenza e disperazione”[19]. Questo problema - del non poter dire adeguatamente e non dover comunicare brutalmente - è per loro logorante: ricordare significa infatti rivivere. Anche in chi la legge o la ascolta, la narrazione delle testimonianze suscita incubi e turbamenti interiori[20].

Ciò trova conferma nella mia esperienza. Infatti, ho pianto leggendo le parole scritte da Sergio Coalova[21] che descrivono i momenti della tanto agognata liberazione, e ho più volte vissuto incubi notturni dopo aver letto le terribili quanto drammatiche umiliazioni e sofferenze subite dai prigionieri: emozioni e sensazioni che mi hanno profondamente toccata, e che ho vissuto ancor più intensamente quando, nell’agosto del 2000, sono stata a Mauthausen.   

  Pinerolo, marzo 2007                                                  Eleonora Tron

Bibliografia

Aldo BIZZARRI, Mauthausen città ermetica, Torino, Il Segnalibro Editore, 2003.

Sergio COALOVA, Un partigiano a Mauthausen. La sfida della speranza, Cuneo, L’Arciere, 2003.

Franco DI GIORGI, Lettera da Mauthausen e altri scritti sulla Shoah, Ivrea (To), Litografia Bolognino, 2004.

Piero IOTTI con Tullio MASONI, Sono dov’è il mio corpo. Memoria di un ex deportato a Mauthausen, Firenze, La Giuntina, 1995.

Terenzio MAGLIANO, La cava di pietra, Torino, A.C.P., 1992.

Vincenzo PAPPALETTERA, Tu passerai per il camino. Vita e morte a Mauthausen, Milano, Mursia Editore S.p.A., 1965.

 

[1] Piero IOTTI, Sono dov’è il mio corpo. Memoria di un ex deportato a Mauthausen, Firenze, La Giuntina, 1995, p. 60.

[2] Vincenzo PAPPALETTERA, Tu passerai per il camino. Vita e morte a Mauthausen, Milano, Mursia Editore S.p.A., 1965, p. 39.

[3] Elie Wiesel, L’ebreo errante, cit. in Franco DI GIORGI, Lettera da Mauthausen e altri scritti sulla Shoah, Ivrea (To), Litografia Bolognino, 2004, p. 38.

[4] Piero Iotti, Sono dov’è il mio corpo,  cit., p. 23. Cfr. l’approfondimento sulla violenza dei nazisti nei lager, in questa stessa pagina.

[5] Vincenzo PAPPALETTERA, Tu passerai per il camino, cit.,  p. 3.

[6] Terenzio MAGLIANO, La cava di pietra, Torino, A.C.P., 1992, p. 72.

[7] Ivi, p. 77.

[8] Aldo BIZZARRI, Mauthausen città ermetica, Il Segnalibro Editore, 2003 p. 42.

[9] Piero Iotti, Sono dov’è il mio corpo, cit., p. 34.

[10] Sergio COALOVA, Un partigiano a Mauthausen. La sfida della speranza, Cuneo, L’Arciere, 2003, p. 113.

[11] Piero Iotti, Sono dov’è il mio corpo, cit., p. 37.

[12] Ivi, pp. 30–35.

[13] Aldo Bizzarri, Mauthausen città ermetica, cit., p. 41.

[14] Sergio Coalova, Un partigiano a Mauthausen, cit., p. 113.

[15] Ivi, p. 43.

[16] Piero Iotti, Sono dov’è il mio corpo, cit., p. 35.

[17] Ivi, p. 75.

[18] Terenzio Magliano, La cava di pietra, cit., p. 80.

[19] Gordon J. Horwitz, cit. in Franco Di Giorgi, Lettera da Mauthausen, cit., p. 41.

[20] Ivi, pp. 41–42.

[21] Sergio Coalova, Un partigiano a Mauthausen, cit., p. 158.