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Il prigioniero di un lager aveva, almeno in linea teorica, tre modi per ribellarsi: innanzi tutto la rivolta organizzata, ossia accordarsi con altri deportati e compiere un atto di sabotaggio o cercare di uccidere i carcerieri; in secondo luogo la fuga e infine la resistenza passiva. Tutte e tre queste strade erano sostanzialmente impossibili da seguire.
Il prigioniero aveva fame: assumeva dalle ottocento alle millequattrocento calorie al giorno quando il fabbisogno medio di una persona a riposo è di almeno duemila calorie (che salgono a tre-cinquemila nel caso di lavori pesanti). Il suo stato psicologico era assolutamente inidoneo all'ideazione ed ancor più all'esecuzione di un piano di rivolta. Infatti lo stato di abbrutimento a cui veniva costretto implicava una continua vergogna di se stesso e della propria condizione, una mancanza di fiducia nei propri simili, oltre che il totale isolamento, specie nei confronti della realtà esterna al lager. Non a caso l'unico episodio di ribellione che cita Primo Levi (I sommersi e i salvati, capitolo II, "La zona grigia") riguarda prigionieri facenti parte di una "squadra speciale" ossia di una, comunità particolare nell'ambito dei prigionieri a cui, tra l'altro, venivano somministrate grandi quantità di alcool. Questo se, da un lato, serviva per aiutarli ad affrontare una mansione terribile, dall'altro forniva loro le calorie e la disinibizione sufficienti per compiere un atto di rivolta (l'episodio finì comunque nel sangue).
La fuga era impossibile perché mancava qualunque contatto con l'esterno; non c’erano parenti o amici da poter raggiungere e i prigionieri ebrei sapevano perfettamente che, salvo poche eccezioni, la popolazione civile li odiava e li avrebbe immediatamente denunciati (I sommersi e i salvati, capitolo VII, "Gli stereotipi"); sono naturalmente da tenere presenti, inoltre, le difficoltà di cui si è già dette, dalla denutrizione all’abbrutimento morale.
La resistenza passiva era impraticabile perché per definizione implicava un'azione solitaria che avrebbe prodotto l'immediato invio alla camera a gas. Perciò la ribellione nelle sue varie forme non era per niente facile da realizzare. D'altra parte il destino a cui erano avviati i prigionieri dei lager di sterminio era talmente mostruoso che sono convinto che nessuno di essi, almeno in un primo tempo, riuscisse ad immaginare la sorte che lo aspettava. Penso che soprattutto gli ebrei, sentendosi assolutamente innocenti anche perché si erano sempre comportati da leali cittadini, avessero ancora la speranza di potersi salvare, in qualunque punto della strada che li portava verso l'eliminazione si trovassero. I nazisti cercavano di nascondere fino all'ultimo quale fosse l'epilogo della vicenda e, se talvolta avevano luogo omicidi singoli davanti ad altri prigionieri, sembravano conseguenti ad atti, anche piccoli, di insubordinazione. Quindi i testimoni nutrivano la speranza di non fare la stessa fine a patto di rispettare le leggi, anche ingiuste, che venivano loro imposte.
Ho sentito parlare di lager per la prima volta da mio nonno, che ha passato due anni in un lager tedesco come I.M.I. (internato miliare italiano, la sigla con cui erano contrassegnati i prigionieri di guerra italiani). Era internato nel campo di Wietzendorf, un lager di soli ufficiali. Dai suoi racconti si evince che il trattamento a cui è stato sottoposto era terribile, soprattutto negli ultimi mesi, anche se i carcerieri nel suo campo appartenevano alla Wehrmacht e non alle SS. Tuttavia, facendo un paragone con quello che ho sentito raccontare da Sergio Coalova a Mauthausen, o con ciò che ho letto nel libro di Primo Levi, il lager in cui è stato internato mio nonno sembra un albergo a cinque stelle.
Pinerolo, maggio 2006 Gianfranco Ardizzoja